Ricerca-Azione

maggio 10, 2013 in Articoli

come metodo di empowerment delle comunità locali

Piergiulio Branca e Floriana Colombo
Tratto da Animazione sociale n. 1/03 – Gennaio 2003

L’attuazione del piano nazionale triennale degli interventi e dei servizi sociali, alla base della legge quadro sull’assistenza, ripropone con forza pratiche sociali storicamente nate dall’animazione di comunità negli anni settanta e ottanta: con la nuova legge 328 si consolida e si riconferma l’importanza della programmazione partecipata e della promozione delle reti miste in quanto sistema di corresponsabilità tra soggetti diversi.

Accanto alla sussidiarietà verticale, come consolidato sistema di ripartizione delle competenze tra istituzioni pubbliche, viene sottolineato il ruolo innovativo della sussidiarietà orizzontale tra istituzioni pubbliche e società civile.

Il modello del welfare state si è rivelato troppo rigidamente centralizzato e normativo, oltre che dispendioso. Questa legge nasce dalla constatazione che «i problemi per essere risolti richiedono modalità operative più flessibili, decentrate e autogestite, a più stretto contatto con i mondi di vita quotidiana, direttamente controllabili e partecipate»i dai soggetti sociali. Torna allora in primo piano l’enfasi sulla promozione delle capacità di autoprotezione del corpo sociale, e sull’autopromozione della comunità locale come soggetto attivo nel collaborare a elaborare risposte ai bisogni sociali emergenti.

In questo scenario si pone una provocazione forte per l’animazione di comunità: la nuova sfida è proprio la ricerca-azione di condizioni che permettono la creazione di sinergie di welfare mix tanto più efficace quanto più condiviso. Tramontata definitivamente l’epoca del welfare state, e del sistema assistenziale centralizzato, le categorie classiche dell’intervento, ovvero prevenzione e cura, tornano a ridisegnarsi su ipotesi generative che richiedono anzitutto la promozione delle capacità partecipatorie e dialogico/negoziali da parte della società civile.

Si tratta quindi di predisporre modelli di intervento che implichino mutamenti nelle relazioni di ruolo tra le persone e i «tecnici» nonché tra le persone e le istituzioni, e viceversa.

In questa prospettiva l’animazione e l’organizzazione di comunità tornano a ridefinirsi come base imprescindibile per la promozione del benessere collettivo, a fronte di un’istanza di cambiamento auspicabile anzitutto a livello culturale e relazionale, più che meramente strutturale e organizzativo.

Enzo Spaltro, nel riflettere sul senso di questa svolta, ha parlato del concetto di salute come organizzazione, clima e mentalitàii:

Varie epoche sono state individuate nello sviluppo dell’idea di salute. Dall’idea negativa di assenza di malessere si è passati a quella positiva di presenza di benessere. La desanitarizzazione è in corso: il valore prevalente è il benessere, e il benessere è soggettivo.

Dal malessere al benessere incontriamo una «rivoluzione culturale» e cioè un netto cambio di cultura… Da thanathos a eros. Da coppia a gruppo, da guerra a negoziazione, da somma zero a somma variabile, da struttura a clima… Dalla salute come vittoria alla salute come condivisione… Dall’adattamento alla realtà alla costruzione sociale della realtà. Dalla prevenzione del malessere alla costruzione sociale del benessere… Dall’organizzazione come struttura all’organizzazione come clima. Clima significa dimensione soggettiva di realizzazione del benessere, cioè salute climatica. Cos’è un clima salubre in una collettività? E quale clima è ottimale per un’organizzazione sanitaria? Le dimensioni psichiche sono: speranza, credibilità, sentimento di potere, stress, sentimento di giustizia, e livello di funzionamento sociale. Analizzare queste dimensioni porta ad una meteorologia sanitaria della doppia faccia della salute… La futura organizzazione sarà il sentimento di espressione delle proprie potenzialità, la sovranità, la cittadinanza, la pluralità dello stare assieme.

Attraverso l’analisi di esperienze recenti mostreremo come la metodologia della ricerca-azione, nel promuovere nuove soggettività nel campo dell’intervento sociale, possa nella pratica rinforzare tale svolta culturale, e come l’orientamento alla ricerca-azione permetta di valorizzare le diversità, le risorse naturali, le progettualità, le competenze, quali possibili risorse o specificità in grado di recepire l’istanza della «costruzione sociale» del benessere:che comprende non solo «un pacchetto standard di diritti sociali – istruzione, alloggio, servizi sanitari, reddito minimo – ma un più complesso insieme di diritti umani e sociali di wellness e well-being, anziché solo di welfare materiale…»; e che quindi deve prevedere «anche il ricorso al coinvolgimento di soggetti non istituzionali e all’appello alle risorse proprie dei singoli gruppi primari e delle singole comunità locali»iii.

Tutto ciò implica l’adozione di

un paradigma di relatività, ecologia e diversità culturale, come sistema di valore sul quale basare gli interventi sociali che si propongono di distribuire in maniera più equa le risorse materiali e psicologiche, piuttosto che di socializzare tutti a un unico standard che serve poi come mezzo per distribuire selettivamente le risorse della societàiv.

In altre parole è necessario utilizzare un paradigma di ricerca-azione che riconosca dignità in maniera equa e costruttiva alle risorse culturali, materiali e psicologiche presenti anche nelle parti più «sommerse» delle comunità. Questo paradigma di ricerca-azione, di riscoperta e connessione delle diverse soggettività che producono nuova operatività reciproca, implica una concezione per nulla scontata delle categorie di problemi/bisogni cui gli interventi sociali andrebbero a rivolgersi.

Il problema/bisogno e l’analisi del campo di forze

Kurt Lewin, pioniere degli psicologi sociali, tra il quaranta e il cinquanta aveva ampliato la visione della psicologia tradizionale con la famosa equazione C = f (P, A)v, secondo la quale il comportamento individuale è funzione della persona, dell’ambiente e della loro interazione.

A partire dagli anni ottanta le nuove tendenze della psicologia di comunità consolidano il proposito di andare oltre l’elemento «P» per supportare gli individui nei loro ambienti e nei loro sistemi sociali, occupandosi di unità di analisi più ampie, quelle cioè della persona-nel-contesto. In questo modo si contestualizza e si storicizza l’analisi dei problemi/disagi anche all’interno delle forze interagenti tra individui e gruppi sociali, e tra gruppi sociali e comunità. Il sociale entra nelle discipline psicologiche a livello eziologico, come fattore che contribuisce alla determinazione dei fenomeni di disagio e/o di patologia, ma anche come risorsa nella formulazione delle modalità di intervento.

In questa prospettiva dinamica non è importante classificare i bisogni, come invece fa il modello «medicalizzante» e riparativo dell’intervento tradizionale, ma è opportuno analizzare quali sono le condizioni della relazione fra persona e ambiente che, in un certo momento, danno luogo a una forza (bisogno) orientata in una certa direzione, con una certa intensità.

Le persone e i loro ambienti di appartenenza, infatti, costituiscono una totalità, un’unità i cui aspetti si influenzano reciprocamente. Ne consegue, come afferma Donati, che

una politica sociale deve trovare mezzi più specifici per ogni situazione, abbandonando la generalizzazione per categorie sociali, rivolgendosi non agli individui come atomi sociali, ma alle loro relazioni sociali. La nuova frontiera non sta nel riconoscere sempre più numerosi diritti individuali che finiscono per categorizzare (labelling) i bisogni e stigmatizzare le persone, quanto nel promuovere beni comuni intesi comebeni relazionali. Beni relazionali indivisibili che possono essere fruiti e prodotti solo insieme, da tutti coloro che li condividono. Essi non esistono separatamente dai soggetti che li vivono. L’approccio integrato alla salute significa un approccio olistico alla salute di persone e gruppi socialivi.

Chi adotta un simile orientamento deve avere la flessibilità di muoversi fra diversi livelli di analisi e di intervento a seconda delle situazioni, in una prospettiva dinamica di ricerca-azione di condizioni in cui le persone si sentano attori positivi in processi che permettono il miglioramento della qualità di vita, entro un’idea di benessere finalmente condiviso e non suddiviso. Il che vuol dire orientarsi ad una definizione «relazionale dei bisogni», per potervi poi andare incontro anzitutto relazionalmente, attraverso la ridefinizione partecipata di strategie di welfare mix. Ancora Donati afferma:

la risposta alle tendenze di iper-complessità della società post-moderna è il tentativo di introdurre oggettività intersoggettiva nel sistema sociale, da un lato ricorrendo alla oggettività intersoggettiva dei mondi vitali, dall’altro cercando di empatizzare il sistemavii.

Alla ricerca di un diverso rapporto con il problema

Quest’ottica d’intervento ipotizza delle forme innovative di supporto professionale da parte degli operatori, che devono accettare i presupposti di un modello che implica relazioni in qualche modo paritarie tra tecnici e cittadini.

Torna d’attualità ciò che gli psicologi di comunità già concludevano nelle deliberazioni della conferenza di Swampscott nel 1965, quando i presenti concordarono sul fatto che il loro ruolo avrebbe dovuto essere quello di teorici partecipanti (participant conceptualizers). Da questo punto di vista si sottolineò che gli psicologi di comunità dovevano partecipare attivamente agli sforzi della comunità, nelle comunità all’interno delle quali lavoravano così come nei confronti delle persone della comunità con le quali lavoravano.

Nel passare da una posizione di distacco scientifico o clinico al lavoro con i membri della comunità in uno spirito partecipativo, ci si trova nella necessità di trovare metodologie di intervento collaborative, che riconoscono ai cosiddetti «utenti/consultanti» un ruolo più attivo e consapevole.

La ridefinizione degli interlocutori da utenti a partner comporta per l’operatore sociale, al di là della sua professionalità specifica, un radicale cambiamento nell’ottica di lavoro, e lo costringe a ricercare modalità e strumenti negoziali e collaborativi nuovi, che siano espressione di un lavorare «con», più che di un lavorare «per» i soggetti della comunità.

Oggi la nuova impostazione dell’intervento sociale voluto dalla legge quadro comporta il rischio che si enfatizzi solo l’aspetto tecnico delle modalità operative

dimenticandosi che il perno centrale… sono un diverso ruolo dell’operatore e dell’istituzione e un diverso rapporto con il «problema», con le persone e con il loro contesto. […] Questo implica una precisa scelta di campo che vede nella partecipazione e nel diverso rapporto con le persone le risorseviii.

Parafrasando Spaltro, si potrebbe dire che questa nuova impostazione va incontro al rischio di distorsioni, che nello sforzo di costruire il changing (cambiamento in fieri come partecipazione in co-evoluzione continua) può farci cadere nel change (cambiamento a strappo, osservato dall’esterno come spettatore). Anzitutto da parte dei tecnici potrebbe verificarsi la distorsione tecnocratica, consistente nella difficoltà di abbandonare le classiche prerogative di ruolo (definite settorialmente) e il parallelo ritirarsi dalla progettazione partecipata, mediante la riproduzione di una «collaborazione specialistica» che camuffa la sostanziale mancanza di attitudine/abitudine a partecipare a un lavoro comune per livelli e funzioni integrate.

In secondo luogo, non solo da parte dei tecnici ma anche da parte dei cittadini, potrebbe verificarsi la distorsione individualistica, consistente nel richiamo all’assunzione di responsabilità da parte delle singole funzioni tecniche, e a una malintesa tutela della libertà di scelta individuale da parte dei cittadini: si veda, come esempio emblematico, la distorsione possibile legata al sistema dei voucher, che ha come conseguenza il rischio di isolamento dei cittadini in una dimensione di contrattualità solitaria (che scade nel modello relazionale definibile come «coercizione-compromesso») rispetto ai margini di salute/benessere in una più o meno completa mancanza di strategia organizzativa e di azione comunitaria che renda effettivamente tale la possibilità di scelta, ovvero entro un sistema di opzioni equamente accessibili grazie ad una trama di beni relazionali, complementari e non supplementari (che va verso il modello relazionale definibile come «cooperazione-consenso»).

Il punto di appiglio: la domanda di beni relazionali. Come valorizzare il ruolo della comunità locale nella società della post-modernità? Come rapportarsi alle condizioni di nuova povertà relazionale nelle «non-città del dopo-sviluppo» o «della metropoli mondiale»?

Certamente se la si intende come una radicata affinità con un luogo, che ha una cultura, una tradizione e una storia sentite, la comunità locale è andata in buona parte distrutta, per effetto più o meno virtuale dell’inglobamento nella grande società dei consumi, dell’anonimità del linguaggio e dell’omologazione del costume generato dalle comunicazioni di massa.

La nostra società tende a organizzarsi a rete a maglie larghe, orientandosi verso modalità di integrazione sociale tra formale-informale, societario-comunitario, politico-civile-sociale, a livello di vita quotidiana ma anche a livello delle agenzie di socializzazione e di mercato, secondo logiche difficilmente decodificabili perché sfuggono a quelle del sottosistema a cui si appartiene. In questo senso tutti sono virtualmente apolidi, e hanno legami eterei con la realtà avvolgente di un mondo lontano che fa dimenticare quello vicino. Lo scambio tra lontananza e vicinanza logora i rapporti con la propria comunità locale. Il legame fisico con la dimensione locale non costituisce un contrappeso allo spaesamento, dato dalla difficoltà di affermare i propri diritti di cittadinanza rispetto ad attori e processi economici e sociali complessi e distanti, che pure nelle loro conseguenze condizionano la qualità di vita nei suoi aspetti più semplici e quotidiani. Lastrattezza e la routinizzazione delle attività sociali (si lavora, si studia, si socializza al di fuori della comunità di residenza, e sempre più spesso in modo virtuale) rivela spesso il carattere vuoto e impersonale del vivere quotidiano, che si è rimodellato al cospetto di ambiti e ruoli sociali più vasti ma più distanti, che non riescono a costituire un riferimento in grado di rispondere a un ampio numero di bisogni sociali insoddisfatti. In questo scenario, ai bisogni prodotti da condizioni di svantaggio materiale, si aggiungono bisogni nuovi, anche in condizioni di maggior benessere socio-economico, e sono legati alla domanda di beni relazionaliix, sia appartenenti alla sfera dell’affettivo e del simbolico che alla sfera dell’emancipazione dell’individuo, come la domanda di forme più appaganti di socialità, ma anche di sostegno.

Il mito della postmodernità apolide. La natura di questi bisogni emergenti di conferma dell’identità disorientata dalla complessità della società policontesturale appartiene alla sfera della cittadinanza e quindi alla sfera delle competenze comuni e universali, più che a quella delle competenze specifiche o professionali.

Famiglia, comunità, cittadinanza, luoghi primari della socializzazione delle forme di convivenza, sono luoghi depotenziati per la metabolizzazione dei cambiamenti culturali dati dalle forme economiche e sociali della società avanzata.

Di fronte alle emergenze della complessità sociale, l’operatore pone al metodo una domanda, talvolta impropria, di «traduzione» della realtà che difficilmente può essere assunta da modelli astratti prototipici. Il mito della postmodernità fa apparire l’individuo apolide e libero da appartenenze, deterritorializzato, viaggiatore nomade di uno spazio indifferenziato intriso di locale e di globale, nella presunta sovranità dell’individuo come consumatore. In questo viaggio si impadronisce di immagini, simboli, riti di appartenenza che non implicano necessariamente un agire comunicativo e relazioni «faccia a faccia», mentre determinano un enuclearsi dei rapporti sociali dai contesti d’interazione più familiari: «là dove si sommava luogo di produzione/scambio e luogo di vita, lì nasceva uno spazio sociale… invece ciò che caratterizza l’astrazione metropolitana è il processo di desocializzazione, la mancata produzione di soggettività»x.

La comunità che viene non è un ambiente connotato da reti corte di produzione di merci, di famiglie, di appartenenze, di identità che nel locale avrebbero la loro origine; è piuttosto un modo specifico in cui localmente si esprimono relazioni distanziate, reti lunghe di processi economici e di pluriappartenenze deterritorializzatexi.

Forme di partecipazione e comunicazione. Le origini del disagio nella società post-moderna vanno ricercate «nell’abbinamento strutturale tra le forme della partecipazione individuale e le forme della comunicazione»xii. Le origini del disagio vanno ricercate nel modo in cui gli individui vengono osservati e trattati nelle forme di comunicazione dominanti: come ruoli di un sistema, come membri di un gruppo, come persone specifiche. La semantica della società postmoderna enfatizza la centralità dell’individuo e del progresso personale, il mito del self-made man fa da sfondo normativo universalmente accettato. La nostra è la cosiddetta società del progetto di vita personalizzato, delle pari opportunità, contrapposta alla società del destino della società etnocentrica della prima modernità, in cui i ruoli e le classi sociali dominavano la persona. Nella nostra società si assiste a una dedifferenziazione tra ruoli e persona. La nostra società in un certo senso ha liberato i ruoli e anche le persone, ma ha creato nuove solitudini e nuovi bisogni di conferma della persona, disorientata dalla complessità della società policontestuale, e dalla complessità delle richieste dei nuovi codici di comunicazione. Proprio perché l’individuo può scegliere, non ha scelta, deve partire da se stesso. Non è più parte di una società organica, con un ruolo definito nel bene e nel male, per nascita, per appartenenza di classe, per differenza di genere. Non è più parte, è uno, unico e autonomo come persona-soggetto protagonista di se stesso: la nuova solitudine degli individui apolidi, trattati come esterni alla grande società e come anonimi nel contesto locale,ingaggiati in un progetto altamente personalizzato, non può essere lenita dai ruoli.

Il paradosso dell’autonomia eteronoma è il fondamento della società post-moderna: all’individuo viene richiesta capacità di autocontrollo e insieme necessità di eterocontrollo, l’individuo è come se fosse autonomo, entro un contesto in cui però «per essere unici bisogna diventare copie». Il paradosso parte dalle discipline scientifiche fondate sul cognitivismo modernista, che osservano l’individuo nei vari luoghi del dover essere (inconscio, razionalità, cervello, biologia), e ha corrispondenza empirica nella società, in cui l’individuo non è mai padrone della propria forma di partecipazione pur vivendo in un contesto che lo incita costantemente a esserlo. La società postmoderna focalizza di continuo l’attenzione sull’aspetto cognitivo della costruzione dei significati, separandolo dall’affettività.

Data questa dicotomia di fondo, le scienze umane e sociali parlano di recupero della relazione, di narrazione del sé, e di narrazioni sociali, di autonomia e di autogestione, di protagonismo. Ma ciò non fa che indurre la riaffermazione dell’individualismo in una nuova forma:

laddove i luoghi antropologici creavano un sociale organico, i non-luoghi, o spazi dell’attraversamento tra locale e globale, creano una contrattualità solitaria; diventano spesso sconcertanti luoghi di incontro per una socialità deterritorializzata e ubiquitariaxiii.

Inventarsi appartenenze, luoghi e significati locali

Per cambiare questo stato di cose occorre un nuovo processo di coscientizzazione, occorre reinventarsi modalità di codificazione e decodificazione condivisa della realtà, ovvero inventarsi appartenenze, luoghi e significati locali non più dati e forse mai dati, frutto di un lavoro sociale che produce modalità nuove per stare tra comunità e società, tra luogo e mondo.Occorre (secondo la distinzione di Foucault) costruire luoghi di «eterotopia» (o setting alternativi) come antiutopiaxiv: se l’utopia è una speranza senza luogo, l’eterotopia è un luogo reale ove si fissano spazi e luoghi anche tra loro incompatibili, ove applicare il desiderio di autorealizzazione e di cambiamento accanto a soggetti e processi reali, ove individuare processi di mobilitazione articolati sia per territorio sia per «spazio dell’attraversamento» tra territori, e tra locale e globale. Uno spazio di condensazione dell’esperienza frammentata lungo le traiettorie lunghe delle maglie della società globale, uno spazio in cui le identità e il «senso di comunità» si formano in nodi che ricreano particolarità e individualità, esperienza comune e memoria condivisa, per rompere la moltitudine come forma sociale dominante.

C’è in questoun’accezione libertaria del termine comunità, vistacome istanza di emancipazione dell’individuo dalla dimensione astratta delle attività sociali mediate dalla partecipazione al mercato globale che reincorpora la socialità nell’economico e nell’effimero, in favore di un sistema di relazioni più autentiche e concrete, rette da forme di comunicazione diverse e da valori opposti: reciprocità, durata, gratuità, culturaxv.

La ricerca-azione di ambiti locali e tematici in cui «stringere i fili e i nodi» di una trama complessa, in cui condividere le competenze che collegano a processi distanti che si ripercuotono in sede locale e personale, per affrontare problemi/bisogni comuni, è ciò che può fare da contrappeso all’attuale tendenza alla dissoluzione della forma di socialità comunitaria.

Nel lavoro pelle-a-pelle con le periferie del sistema della «società globale» c’è il senso di un operare sociale che non si riduce alla funzione terapeutica o surrogatoria che crea ammortizzatori sociali, bensì un impegno a promuovere azioni dialogiche problematizzanti che accrescano la mobilitazione di sinergie verso la crescita del benessere nella comunità/società.

Nel fare ricerca-azione di luoghi di eterotropia, l’animatore fa coricerca insieme ai soggetti sociali di nuovi modi di identificazione, rintracciabili solo ponendo l’accento sul primato delle relazioni tra i soggetti, sul loro disporsi territorialmente e sulla loro rinnovata percezione dello spazio tra locale e globale. Non si tratta allora di uscire dal sistema, ma di cambiarne gli equilibri, occupando la terra di nessuno, la terra di mezzo dell’economia e della società nella quale si incagliano i bisogni sociali insoddisfatti perché privi di potere d’acquisto individuale, o perché delegittimati o addirittura messi al lavoro nelle dinamiche competitive dell’economia generalizzata.

Si tratta di intraprendere percorsi innovativi con le soggettività disperse alla ricerca di margini di socialità nuova, in microluoghi come «comunità di senso» ove sia possibile dare voce alle diverse forme di bisogno, e a nuove domande di significato, per sperimentare nuove forme di lavoro, di azione sociale, e stili di vita altri da quelli dati, da cui ripartire per andare a incidere nel mondo della complessità.

Solo allargando e occupando lo spazio fra il mercato e le istituzioni, è possibile assolvere a quelle funzioni che cadono al di fuori del raggio d’azione degli individui sradicati e privi di peso politico, per giungere a quelle decisioni collettive che altrimenti nessuno può prendere, e a quelle forme di pensiero plurale possibili solo attraverso un raccordo sociale dato da corpi e beni relazionali intermedi, e non da rapporti astratti tra individuo e grande società.

Queste risorse relazionali sottratte alle regole della globalizzazione, costituiscono l’infrastruttura culturale di uno spazio sociale libero dalle interconnessioni vincolanti date dall’agire economico che caratterizzano il tono e il modo di vivere nella moltitudine.

Le azioni prepolitiche, che si svolgono in questi luoghi intermedi in cui i diversi si toccano, in cui si rappresentano e prendono corpo i bisogni, problemi e i desideri, divengono nel momento attuale azione eminentemente politica, perché tendono a dar voce alla domanda sociale non ancora dispiegata, e alla creazione di competenze partecipatorie nella complessità.


 

 

 Donati P., Teoria relazionale della società, Angeli, Milano 1996.

ii Spaltro E., Il gruppo, Ed. Pentragon, Bologna 1999.

iii Donati P., op. cit.

iv Rappaport J., Community Psychology, Values, Research and Action, cit. in Palmonari, Zani B., Manuale di psicologia di comunità, Il Mulino, Bologna 1996.

v Lewin K., Teoria e sperimentazione in psicologia sociale, Il Mulino, Bologna 1972.

vi Donati P., op. cit.

vii Donati P., op. cit.

viii Croce M., Il lavoro di rete fra tecnica e partecipazione, in AA. VV., L’intervento di rete, EGA, Torino 1995.

ix Si veda a questo proposito Sanicola L., L’intervento di rete, Liguori, Napoli 1994.

x Tronti M., citato in Ilardi M., Negli spazi vuoti della metropoli, Bollati Boringhieri, Torino 1999.

xi Bonomi A., Il trionfo della moltitudine, Bollati Boringhieri, Torino 1996, p. 26.

xii Baraldi C., Il disagio della Società, Franco Angeli, Milano 2000.

xiii Ilardi, op.cit.

xiv Bonomi A., op. cit.

xv Per approfondimenti, Sanicola L., Reti sociali e intervento professionale, Liguori, Napoli 1995.